Quando il silenzio entra nella stanza d’analisi

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Articolo pubblicato in versione integrale sulla rivista Psyche Nuova, CISSPAT 2017-18 pag.117-123.

 

In occasione dell’ultima pubblicazione sulla Rivista CISSPAT Psyche Nuova, analizzo e approfondisco il tema del silenzio, specialmente nell’incontro tra paziente e terapeuta.

Riflettere sul silenzio implica addentrarsi all’interno di decine di significati e interpretazioni, fornite non solo da numerosi psicoterapeuti ma anche e prima di tutto da filosofi e poeti. Il silenzio è soprattutto ascolto che, in questa forma, ci ricorda quanto sia importante fermarsi e tacere quando necessario. È forma di comunicazione attraverso la quale si esprimono stati affettivi interni intensi, sia negativi che positivi, oltre che ostacolo o facilitatore alla comunicazione verbale. La molteplicità di significati e interpretazioni legate al silenzio richiedono, nella relazione terapeutica, un costante lavoro interpretativo per coglierne il giusto significato. Questo rende evidente l’importanza che il silenzio riveste all’interno della comunicazione tra paziente e terapeuta e il motivo per cui gli psicoanalisti, insieme ai filosofi e ai poeti, sono quelli che si sono occupati maggiormente del silenzio. Attribuire il giusto significato e imparare ad utilizzare il silenzio in modo costruttivo all’interno della lavoro di psicoterapia offre la possibilità di far progredire e maturare la terapia in modo costruttivo, aiutando nell’insieme l’intero processo di cura.

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LA VITA SENZA GIGA: i sintomi della disconnessione

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nomofobiaAvete mai immaginato come sarebbe un solo giorno senza internet? Come sarebbe non poter accedere a Facebook, Whatsapp o Instagram?

Siamo talmente tanto abituati ad essere “collegati”, da non prendere neanche in considerazione cosa possa significare trascorrere anche una sola ora senza internet.  Essere collegati a internet è diventato un aspetto della nostra quotidianità, al punto tale da essere considerato essenziale. Per evitare di rimanere scollegati  mettiamo in atto tutta una serie di precauzioni, per evitare di trovarci in una situazione di disconnessione: ci portiamo dietro il carica batterie anche solo per mezza giornata, ci procuriamo apparecchi per poter ricaricare il telefono anche senza fili, andiamo in cerca delle wi-fi quando siamo in luoghi pubblici o siamo a corto di giga.

Quali situazioni ci mettono a rischio di disconnessione?

Basta poco.  La batteria esaurita, un guasto improvviso o il trovarsi in una zona che non ha una copertura internet. Anche il rimanere molto tempo lontano dal telefonino o dal computer possono essere situazioni difficili da gestire.

Quindi, cosa può accadere quando ci troviamo senza smartphone e/o internet?

Una sensazione di panico vi assale se avete dimenticato lo smartphone a casa? La maggior parte delle attività quotidiane le fate con lo smartphone a portata di mano?

Non essere più in contatto, con la rete e/o con i principali social network, può determinare una sintomatologia simile a quella dell’attacco di panico, variabile per intensità a seconda dei casi.

E’ possibile che si presentino:

  • mancanza di respiro
  • vertigini
  • tremori
  • Sudorazione
  • battito cardiaco accelerato
  • dolore al torace
  • nausea

Potreste anche non riuscire a resistere per più di dieci minuti senza controllare le notifiche del vostro cellulare o pensare che stia squillando quando invece non è così. Questi sintomi sono dei segnali che, se presenti, sono un invito a riconsiderare il tuo rapporto con il cellulare e la rete.

Un nuovo tipo di fobia?

Per descrivere il fenomeno della disconnessione si usa il termine di “Nomofobia” (o Sindrome da Disconnessione). Il termine è formato dalla parola anglosassone no-mobile e dalla parola fobia che si traduce con “paura di rimanere fuori dal contatto di rete mobile”.

In caso di nomofobia si può avere la sensazione di perdersi qualche cosa se non si controlla costantemente il cellulare. Il rischio di questo tipo di comportamento è che s’inneschi un meccanismo di dipendenza, fino a diventare qualcosa di cui non ci si rende più conto.  L’attaccamento allo smartphone condivide lo stesso principio che sta alla base di tutte le altre dipendenze: si crea un’alterazione nella produzione della dopamina, un neurotrasmettitore coinvolto in diverse funzioni cerebrali, tra cui la regolazione del comportamento.

Per controllare la paura di “perdersi qualcosa” o di rimanere scollegati la persona potrebbe mettere in atto una serie di comportamenti disfunzionali.

Ad esempio:

  • stare al telefono molto tempo
  • aspettare con ansia la risposta dell’altro (e magari sollecitare la risposta se tarda ad arrivare)
  • vedere cosa accade agli amici attraverso i social network
  • commentare, condividere
  • non spegnere mai il cellulare, neanche di notte
  • svegliarsi di notte per controllare il cellulare per rassicurarsi che non sia cambiato niente
  • portarsi lo smartphone in luoghi poco appropriati (chiesa, bagno) o sentire la necessità di controllarlo in situazioni che non lo richiedono (cinema)

Quali sono le cause?

L’abitudine a essere tutti connessi e raggiungibili ha aumentato il nostro senso di sicurezza ma, contemporaneamente, ci ha reso anche più fragili. Grazie alla rete possiamo raggiungere persone e/o merci dall’altra parte del mondo, rendendole disponibili in tempi molto brevi. In questo modo ogni nostra richiesta è soddisfatta, se tutto va a buon fine. Quando la risposta, invece, tarda ad arrivare la frustrazione aumenta e noi ci troviamo sprovvisti per affrontarla. Così, difronte alla spunta di Whatsapp che non diventa blu ci preoccupiamo in modo spropositato, incalzando con altri messaggi per sollecitare una risposta da parte dell’altro in modo tale da colmare la nostra paura della solitudine e soddisfare il nostro bisogno di sicurezza.

Mettetevi alla prova

Prendetevi cinque minuti per chiedervi qual è il vostro rapporto con lo smartphone e la rete.

Iniziate a rispondere a queste semplici domande. Potreste rimanere sorpresi anche solo se vi fermate a chiedervi qual è la prima cosa che fate appena svegli la mattina. Se la risposta è controllare il telefono, allora il mio invito è di riconsiderare il rapporto con lo smartphone e la rete e chiedervi cosa significa per voi “essere connessi”.

  • Appena sveglio: telefono o colazione?
  • Quante volte controlli il cellulare prima di iniziare a lavorare?
  • Spegni il cellulare o la connessione di notte?
  • Quanto tempo riesci a stare senza controllare il cellulare?
  • Hai bisogno di controllare il cellulare quando sei in compagnia di amici?
  • Cosa provi se non puoi controllare il telefono?

Alcuni consigli

Il mio consiglio non è di eliminare né lo smartphone né i social network. Viviamo nella società di internet e, ormai, vita sociale e lavorativa passano anche attraverso questi canali.

Come mantenere allora un rapporto equilibrato con questi strumenti?

Basta seguire alcune semplici regole:

  • Monitorate il vostro comportamento;
  • Concedetevi dei momenti in cui poter stare senza telefonino;
  • Di notte: spegnete il cellulare o staccate almeno internet;
  • Silenziate le notifiche se dovete lavorare o volete concedervi una pausa e “non essere disturbati”;
  • No al telefono a tavola: favorite le relazioni reali a quelle virtuali;

Buona connessione a tutti!

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HIKIKOMORI: adolescenza interrotta

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Hikikomori

Chi sono gli Hikikomori?

Il termine Hikikomori, utilizzato per la prima volta nel 1998 dallo psichiatra giapponese Tamaki Saito, letteralmente significa “isolarsi”, “stare in disparte”, “ritirarsi” ed è utilizzato per indicare una condizione di ritiro sociale adottata da adolescenti e giovani adulti per lunghi periodi di tempo (mesi oppure anni).  In Giappone il fenomeno è ampiamente diffuso, arrivando ad interessare ad oggi circa l’1% di tutta l’intera popolazione.

In Italia, nonostante questo sia un fenomeno ancora relativamente sconosciuto, negli ultimi anni sta aumentando l’attenzione e il livello di allerta.  Solo una decina di anni fa s’incominciava a sentir parlare di un fenomeno molto simile, definito con il termine di “ritiro sociale”, presentandosi come uno stile adolescenziale completamente nuovo rispetto al passato. L’Hikikomori, quindi, non è una condizione esclusivamente giapponese ma sembra interessare anche il nostro paese, così come tutti quelli economicamente sviluppati. Il tasso di Hikikomori stimato in Giappone si aggira intorno ai 500.000 casi, mentre in Italia le cifre (non ufficiali) si aggirano intorno ai 100.000. Ad ogni modo questo fenomeno, di cui è difficile dare una stima precisa, incomincia ad occupare le pagine dei giornali dimostrando, quindi, che qualcosa sta cambiando.

Dai primi segnali al totale isolamento: i tre periodi dell’Hikikomori

Data la grande rilevanza che il fenomeno dell’Hikikomori riveste in Giappone, il governo giapponese ha individuato alcuni criteri per diagnosticare con maggiore precisione la condizione degli Hikikomori.

Il primo sintomo è la presenza di un ritiro completo per un periodo maggiore ai 6 mesi, associato ad un rifiuto scolastico e/o lavorativo e ad un abbandono delle relazioni sociali (mancanza di amici e assenza di interesse per l’altro sesso). Per porre diagnosi è necessario escludere patologie di tipo psichiatrico, schizofrenia o ritardo mentale.

Adottando una visione meno rigida e categoriale è possibile guardare a questo fenomeno come ad un processo che porta la persona sempre di più ad isolarsi completamente, andando così a determinare la condizione di Hikikomori. Le fasi non sono da intendersi statiche e definite, ma vanno lette come un continuum dinamico, che può determinare alternanza tra i vari periodi:  fasi di stabilizzazione, regressioni, ricadute o miglioramenti.

Primo periodo: tendenza inconsapevole all’isolamento

L’adolescente hikikomori incomincia a percepire in maniera inconsapevole la tendenza a volersi isolare dalla società, vivendo una condizione di malessere quando è costretto a relazionarsi con altre persone. Inizia, quindi, a provare ansia in tutte le situazioni di tipo sociale, trovando sollievo solo nella solitudine. Poiché in questa prima fase c’è ancora il tentativo di contrastare il desiderio d’isolamento, l’hikikomori mantiene ancora le attività sociali che richiedono un contatto con il mondo esterno, nonostante provochino un malessere che lo spinge a preferire relazioni di tipo virtuale.

Questo stadio è caratterizzato da comportamenti che tendono al ritiro, anche se in forma ancora attenuata:

  • rifiuto occasionale di andare a scuola. L’assenza è giustificata da qualsiasi motivazione.
  • abbandono progressivo di attività che richiedono un contatto con il mondo esterno (attività sportive, luoghi di aggregazione giovanile)
  • graduale inversione del ritmo sonno-veglia
  • preferenza per attività solitarie (videogames, visione eccessiva di serie TV, utilizzo del PC)

 Secondo periodo: consapevolezza dell’isolamento

La tendenza all’isolamento e al ritiro diventa più consapevole. Questo significa che l’hikikomori ricerca in maniera più attiva e volontaria l’isolamento e ne attribuisce razionalmente la causa a determinate relazioni o situazioni sociali. Quindi, cominciano a presentarsi i rifiuti alle varie proposte di uscita da parte degli amici, aumentano le assenze a scuola, il ritmo sonno- veglia comincia a subire un’inversione e la maggior parte del proprio tempo è trascorsa nella propria stanza. Gli unici contatti sociali sono limitati quasi esclusivamente a quelli virtuali, mantenuti attraverso il web utilizzando chat, forum o giochi on line. Il rapporto con i familiari è ancora presente, anche se molto spesso è conflittuale.

Terzo periodo: isolamento totale

C’è il completo abbandono all’isolamento sociale, all’allontanamento progressivo anche dai genitori e dalle relazioni sviluppate attraverso la rete che diventano, anche queste, fonte di grande malessere. A questo punto il rischio che si sviluppi una psicopatologia ( per esempio depressione) è molto alto.

Le cause: esposizione e inadeguatezza

Le possibili cause che determinerebbero la condizione di hikikomori possono essere di tipo caratteriale, scolastiche e sociali.

I ragazzi hikikomori sono intelligenti ma anche particolarmente introversi, sensibili e, a volte, mostrano difficoltà relazionali. Con queste caratteristiche sono particolarmente sensibili alle inevitabili difficoltà e delusioni della vita. A livello scolastico è stato osservato che, in alcuni casi, è presente una storia di bullismo che ha facilitato la condizione d’isolamento.

Infine, la variabile del contesto sociale sembra essere quella che determina la maggiore influenza sull’incidenza di questo fenomeno. Gli esperti parlano di un cambiamento della società, che da “edipica” si è trasformata in “narcisistica”. Lo psicoterapeuta Antonio Piotti spiega come nella società siano andati scomparendo gradualmente una chiara definizione dei ruoli, il senso di colpa, la punizione e tutto ciò che rientra nella definizione di “Super Io” ovvero l’interiorizzazione di codici di comportamento basati su una determinata morale.

Quindi non c’è più un “Io” ma un’“ideale dell’Io”, la colpa scompare per lasciare il posto alla vergogna. La vita si basa sull’esposizione di se stessi e del proprio corpo che deve corrispondere ad una immagine ideale favorita e richiesta dalla società stessa. Per essere accettati e appartenere al proprio contesto sociale bisogna essere adeguati. Tutto questo, in adolescenza, assume un peso notevole perché i ragazzi sono in crescita e, il cambiamento, sia a livello mentale che fisico, è un passo delicato da affrontare. L’esposizione del proprio corpo è, oggi, fondamentale. Il ritiro degli hikikomori è un sottrarre il proprio corpo alla società e un soccombere sotto il peso dell’inadeguatezza a diventare adulti.

Hikikomori e internet: una relazione patologica?

Uno dei primi pensieri quando si parla di hikikomori riguarda il ruolo che le nuove tecnologie hanno sullo sviluppo di questa condizione e sul suo andamento nel tempo. La “rete”, così come spesso è chiamata, subisce duri attacchi trovando in essa un ottimo capo espiatorio. Ma è necessario adottare un cambiamento di prospettiva. Dai diversi studi che sono stati fatti, dove si sono rilevate situazioni di ritiro anche senza un accesso a internet, è emerso come la causa dell’isolamento degli hikikomori non è la “rete”. Il ricorso alla “rete” rappresenta, piuttosto, la conseguenza dell’isolamento. Internet e le nuove tecnologie diventano una difesa (anche dal rischio suicidio) e una possibilità di fuga.  Inoltre la “rete” offre una possibilità relazionale alternativa che li protegge dalla necessità di esporsi con un corpo che considerano inadeguato e inutile.

Cosa fare?

Tutti i genitori, di fronte al proprio figlio che gradualmente si ritira e inevitabilmente si dirige verso il totale isolamento, si chiedono cosa possono fare. Nella maggior parte dei casi mettono in atto interventi volti ad interrompere violentemente il mondo che l’hikikomori si è andato gradualmente costruendo e a favorire il ritorno nella società  con il divieto di utilizzare internet e costringendo il ragazzo ad uscite “forzate”. Questo intervento, basato sulla visione della “rete” come la causa di tutto, non è risolutivo e può determinare un aggravamento della situazione.  Gli esperti consigliano, invece, di riformulare il rapporto con il proprio figlio, includendo la nuova modalità adottata per entrare in relazione. E’ bene chiedersi cosa fanno questi ragazzi sulla “rete” e mostrarsi interessati. I genitori dovrebbero accettare di ricreare una relazione all’interno della rete e imparare ad usarla come pretesto di conversazione per incominciare a creare un nuovo rapporto con il proprio figlio. La creazione di un nuovo tipo di rapporto è la base necessaria per essere di aiuto a questi ragazzi che, comunque, necessitano anche di essere seguiti da esperti del settore.

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Internet Addiction

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Internet_Addiction

INTERNET ADDICTION: UN PROBLEMA SOLO DEGLI ADOLESCENTI?

“Sono in una sala d’aspetto. Ci sono diverse persone in attesa, alcune aspettano il referto di un esame, altre di essere visitate. Tutte attirano la mia attenzione, chi per un motivo chi per un altro. Eppure c’è chi passa inosservato. Una ragazza, seduta a pochi centimetri da me, è china con la testa sul suo cellulare, impegnata tra messaggi e social network. La mamma cerca un contatto con lei e, senza neanche tanto mascherare la sua rabbia e disapprovazione, le chiede se quello che stava facendo fosse proprio necessario.”

Situazioni di questo tipo sono frequenti intorno a noi, in modo particolare tra gli adolescenti. Sempre più spesso leggiamo notizie che ci informano sul rischio di dipendenza che un adolescente può sviluppare nei confronti dell’utilizzo del cellulare e di internet. Ma, ad essere interessati, sono davvero solamente gli adolescenti? Certo che no, anche se loro rappresentano una categoria a rischio.  Probabilmente i più giovani sono l’espressione più diretta di quello che, prima di tutto, è un comportamento che interessa la maggior parte degli adulti. Credo non sia possibile individuare chi per primo sia caduto nelle mani di questa nuova forma di dipendenza né intravedo l’utilità di addentrarsi in questo tipo di ricerca.

Ma quanto c’è di vero in quello che dicono i giornali e internet? Si parla davvero di dipendenza? E cosa possiamo fare per evitarlo senza apparire dei genitori extraterrestri per aver impedito l’utilizzo al proprio figlio delle nuove tecnologie ?

 

UN PO’ DI NUMERI…

Effettivamente quanto è presente internet nella vita dei più giovani? Secondo una ricerca dell’ISTAT riferita al 2015 il 92% dei ragazzi intervistati, compresi nella fascia d’età 15-17 anni, ha utilizzato internet nell’arco di un anno mentre il 73,4% lo ha usato tutti i giorni. I ragazzi di età superiore, tra i 18 e i 19 anni, non si discostano molto dai loro coetanei mostrando un utilizzo quotidiano di internet leggermente superiore (77,3%). Salendo d’età le percentuali scendono leggermente ma rimangono comunque entro l’85% per l’utilizzo di internet in un anno e del 64,5% per quello quotidiano.

Osservando questi dati non possiamo negare che le nuove tecnologie e internet sono ormai parte della loro, ma anche della nostra, quotidianità. A partire dal 2001 c’è stato un notevole incremento nel loro utilizzo, da parte di tutte le fasce d’età, a partire dai più giovani.

QUANDO SI PARLA DI VERA DIPENDENZA?

Facciamo un po’ di ordine.

 L’uso eccessivo della rete e la difficoltà a disconnettersi nonostante le conseguenze negative sulla vita offline è identificato con il termine Dipendenza da internet ( Internet Addiction disorder- IAD).

La presenza di Internet, disponibile ormai con estrema facilità sul posto di lavoro, nei luoghi pubblici e attraverso diversi dispositivi, come smartphone e tablet, ha sicuramente aumentato il tempo che ognuno di noi trascorre connesso alla rete.  Questo non vuol dire che siamo tutti abusatori e dipendenti di internet. In molti casi, infatti, il tempo trascorso in rete è produttivo e di svago. Ma come facciamo a valutare la qualità del tempo che trascorriamo in rete? C’è un numero di ore o di messaggi inviati che ci permette di individuare il limite tra un comportamento sano e uno patologico? Non esistono criteri così definiti ma ciò che rende l’utilizzo di internet una dipendenza è l’eccessivo uso a scapito del lavoro, dell’attività scolastica e delle relazioni sociali.

QUALI SONO I PRIMI SEGNALI?

Ci sono alcuni segnali che possono aiutarci a capire se l’utilizzo di internet sta diventando qualcosa di più che un semplice passatempo.

  • Perdere il senso del tempo online: si rimane connessi più a lungo di quanto previsto? Qualche minuto diventa qualche ora? Se si viene interrotti si reagisce con rabbia o irritazione?
  • Problemi nella gestione dei compiti, della casa o del lavoro: le attività scolastiche, gli impegni lavorativi o familiari passano in secondo piano? Ve ne dimenticate o li rimandate?
  • Isolamento dalla famiglia e dagli amici: diminuisce il tempo trascorso con la propria famiglia o con gli amici? C’è il pensiero che le amicizie online possano comprenderci meglio rispetto a quelle reali?
  • Senso di colpa legato all’uso di internet: quando gli altri sottolineano il tempo trascorso in internet si reagisce con irritazione? Si tende a nascondere la vera quantità di tempo trascorso online?
  • Euforia durante l’uso di internet: quando si è connessi si prova un piacevole senso di euforia? L’utilizzo di internet serve come valvola di sfogo quando si è arrabbiati, tristi oppure soli? Non riesci a ridurre il tempo trascorso in internet?

 

COSA POSSO FARE?

Il primo passo è riconoscere a se stessi di stare attuando questi comportamenti e cominciare a modificare alcune abitudini quotidiane, senza però dimenticare che esistono servizi e persone qualificate che possono fornire un supporto adeguato. L’uso eccessivo di internet  può essere un modo per rispondere a problemi emotivi sottostanti, quali ansia, depressione, stress o sentimenti di rabbia accumulati nel tempo. In questi casi il web è utilizzato come un “analgesico” per sentire meno il disagio e cercare di uscirne.  La dipendenza da internet, quindi, sembra connessa ad altri fattori psicopatologici che spingono la persona a cercare una soluzione immediata e “più breve”. Il web sembra rispondere proprio a questa esigenza fornendo, però, solo un’apparente soluzione ai nostri problemi.

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Mi Presento: sono “l’Attacco di Panico!”

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panicoSecondo la definizione del DSM – V (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), un attacco di panico consiste nella “comparsa improvvisa di paura o disagio intenso(….)”.

L’attacco di panico non dà il tempo alla persona di “prepararsi” a reagire, né tanto meno entra nelle nostre vite bussando alla porta e presentandosi educatamente. È considerato come un “fulmine a ciel sereno” ed è per questo motivo che è utile imparare a conoscerlo e a capire come poterlo affrontare.

La prima domanda da fare è “Come si manifesta l’attacco di panico?”

  • Tachicardia: è il sintomo più frequente e quello che, a volte, fa anche più paura. La percezione del battito del nostro cuore, fortemente amplificato, spaventa e mette in allerta la persona alimentando tutti gli altri sintomi.
  • Dolore o fastidio al petto: sensazione simile a quella che caratterizza “l’angina pectoris” nella crisi cardiaca acuta. Ecco perché molte persone che soffrono di attacchi di panico arrivano in pronto soccorso spaventati che possa trattarsi di un infarto.
  • Sudorazione: la persona non è accaldata, è una sudorazione fredda. Nei momenti precedenti il manifestarsi del panico non ci sono stati sforzi che ne possano giustificare la presenza. Possono essere presenti anche brividi o vampate di calore.
  • Dispnea e sensazione di soffocamento: è importante sottolineare che è una sensazione, perché in realtà la persona non sta soffocando per davvero. La sensazione che si prova di non riuscire a respirare produce una respirazione forzata ed innaturale che fa credere di non riuscire ad introdurre sufficiente aria nei polmoni e, quindi, di soffocare.
  • Asfissia: molto simile al precedente con la differenza che si ha la sensazione che manchi l’aria nell’ambiente.
  • Tremori o formicolio: tremore fine (mani), tremore a grandi scosse (arti e corpo tremano in maniera intensa) e tremore interno (sensazione di tremore del cuore e dello stomaco). Il formicolio può interessare mani e bocca.
  •  Paura di perdere il controllo o di impazzire: questo sintomo provoca molta angoscia. La persona, se ha qualcuno vicino, chiede di tenerle la mano. Ma NON s’impazzisce per l’attacco di panico.

Una volta che abbiamo imparato a riconoscerlo, identificando i principali modi con cui si manifesta, saper fare la cosa giusta per fronteggiare l’emergenza di quei momenti è il prossimo passo.

 

“Che cosa devo fare?”

  •  SI: cosa fare quando arriva l’ attacco di panico

 

Allontanarsi dal luogo in cui è esploso l’attacco di panico. Non è necessario allontanarsi di molto, sono sufficienti anche pochi metri per poter stare meglio.

Cercare il fresco: la vampata di calore è uno dei sintomi che possono esserci durante un attacco di panico. E’ utile cercare del fresco aprendo le finestre, trovando un posto all’ombra o un piacevole soffio di vento.

Trovare una posizione comoda: appena possibile mettersi in una posizione in cui ci si possa sentire meglio e al sicuro. Evitare di mettersi sdraiati perché in questa posizione i sintomi possono peggiorare.

 

Chiedere aiuto: è utile quando l’angoscia è tanta e si ha paura di perdere il controllo. La presenza di un’altra persona a cui affidarsi fa sentire al sicuro. Se si è soli, è possibile identificare un oggetto positivo, un’immagine o un pensiero piacevole che possa distrarre da quel momento.

 

  • NO: cosa non fare quando arriva l’attacco di panico

Fingere: far finta che non sia successo nulla non farà altro che aumentare la tachicardia e peggiorare la situazione.

Lottare: gli attacchi di panico come arrivano, vanno via molto velocemente. Sono molto intensi ma la loro durata è breve. Non bisogna impegnarsi in una lotta per cercare di opporsi ma concedergli il tempo necessario. Fermarsi e osservare ciò che succede.

Scappare: l’impulso è di muoversi e correre in modo agitato, come per liberarsi da qualcosa di estremamente pericoloso. Il pericolo è di esporsi al rischio d’incidenti o cadute.

Forzare la respirazione: la sensazione di mancanza d’aria può indurre ad aumentare la frequenza del respiro per cercare di introdurne la quantità necessaria. Questo aumenta la sensazione di non riuscire a respirare, incrementando anche l’angoscia. Si deve cercare di mantenere un respiro il più possibile normale e regolare.

Superata la fase di allarme, rientrati i sintomi, il senso di paura, di terrore e la sensazione di soffocamento molte persone non danno all’attacco di panico l’importanza che merita.

Il panico è un campanello di allarme che non deve essere ignorato, sperando che non si ripresenti più. Una volta che abbiamo imparato a conoscerlo e a fronteggiare i sintomi, il passo successivo è quello di capirne le cause. In questo delicato compito lo psicoterapeuta potrà guidarci nel percorso di consapevolezza e guarigione.

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Diventare genitori: un cambiamento a più livelli

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diventare genitoriLa decisione di intraprendere la strada della maternità è preceduta, nella maggior parte dei casi, dallo svilupparsi di un desiderio, da parte della coppia, che cresce nel tempo, alimentandosi di aspettative per il futuro neonato e per la nuova famiglia che sta per nascere.

Quindi, diventare genitori è per lo più un’esperienza naturale e spontanea, anche se non sempre priva di conflitti. La nascita di un figlio può essere per molte donne il coronamento di un sogno che, a volte, viene raggiunto solo dopo un lungo e non sempre facile percorso. In questi casi il desiderio di maternità, che nella donna può anche intrecciarsi e confondersi con quello per la gravidanza, influenza e a volte complica le dinamiche tra i futuri genitori.

Senza dimenticare la gioia che deriva dalla nascita di un bambino desiderato e “pensato”, ricordando che ciò non mette in crisi una coppia ben strutturata, è bene presentare i problemi che possono manifestarsi con l’arrivo di un figlio. Le difficoltà possono farsi sentire in diversi aspetti della vita coniugale. Alcune coppie riescono a riorganizzare la propria vita ed approfondire la relazione di coppia attribuendole ulteriore significato, ma c’è anche chi non ce la fa.

Innanzitutto la nascita di un figlio rappresenta l’arrivo di un nuovo elemento che s’inserisce all’interno di una configurazione relazionale già prestabilita. Affinché il bambino possa trovare il suo posto nella coppia genitoriale, è necessario che le relazioni preesistenti vengano ridefinite e modificate . Il nucleo familiare si trasforma, passando da “diade” a “triade”, mentre la coppia da “coniugale” diventa “genitoriale”.  Anche qui è necessaria una certa flessibilità dei ruoli e delle relazioni, per evitare che una condizione non escluda l’altra. Entrambi i partner andranno incontro ad una ridefinizione del loro ruolo e della loro identità: non più solo coniugi ma anche genitori, in un’ottica di flessibilità e di interdipendenza. Tutto ciò può essere complesso se effettuiamo questo tipo di analisi, ma per fortuna è un processo che, se non incontra ostacoli, avverrà in completa autonomia e per lo più inconsapevolmente.

Nel caso in cui, invece, s’incontrano delle difficoltà, il processo può interrompersi e creare dei problemi di adattamento alla nuova situazione. Nella classificazione del PDM (manuale diagnostico psicodinamico) il disturbo dell’adattamento si manifesta con risposte di tipo disadattivo a fattori di stress psicologico come può essere una malattia, cambiamento sul lavoro, la nascita di un figlio. Gli stati affettivi sperimentati variano a seconda delle persone ma, generalmente, di sottofondo c’è un vago disagio che deriva dalla sensazione di essere in un momento di cambiamento o di passaggio. Possono presentarsi  comportamenti  caratterizzati da un’attenzione eccessiva che si focalizza sul fattore che provoca stress o un’evitamento difensivo di ciò che rappresentano i cambiamenti che la persona deve affrontare. Ciò che è a rischio, nella situazione in cui ci si trova ad affrontare la nascita di un figlio, è innanzitutto la capacità di accoglimento che può subire un’interferenza e concretizzarsi nella difficoltà a prendersi cura del neonato, anche semplicemente a livello fisico. Successivamente può venire a mancare quell’ atteggiamento materno di ricettività, identificato con il termine tecnico di rêverie, che permette al neonato di comunicare i propri stati interni, mentre alla madre di rispondere adeguatamente. È chiaro che, soprattutto nei primi mesi, è la madre che corre il rischio maggiore di non adattarsi a questa nuova situazione.  E’ impegnata notevolmente nelle prime cure e da lei dipende la sopravvivenza del neonato.

I problemi che possono insorgere con la nascita di un figlio non riguardano solo aspetti legati all’ambiente esterno o alla ridefinizione dei ruoli. È molto importante anche l’esperienza interna legata al “diventare genitori”. Innanzitutto la nascita di un figlio porta con sé sentimenti di perdita, sia di tipo reale che immaginario. Il senso di perdita o di rinuncia interessa aspetti della propria vita come il sentirsi esclusivamente figli, moglie o marito e possono portare con sé sentimenti e angosce depressive legate a questo cambiamento. Sia la madre che il padre possono entrare in competizione con le proprie figure genitoriali che possono riattivare problemi e difficoltà legate a dinamiche del passato. Tutti questi aspetti, insieme ad un senso di insicurezza interiore, possono ostacolare ed impedire la piena adesione al nuovo ruolo. Diventare genitori, che richiede un complesso lavoro psicologico, è solo l’inizio della crescita e della trasformazione continua, sia delle dinamiche familiari ma anche, e soprattutto, personali.

Così come tutto ciò che è vita cambia nel tempo, anche il ruolo di genitore nasce, cresce e si trasforma.

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Psicologo: Istruzioni per l’uso

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Chi è?psicologo

Lo psicologo è un laureato in psicologia, abilitato all’esercizio della professione e quindi iscritto ad un ordine regionale degli psicologi.

Come lavora?

 “La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.” (Art. 1 — Legge 56/89)

Intorno alla figura dello psicologo si crea sempre molta curiosità rispetto al modo in cui interviene nell’aiutare le persone. Ciò che accomuna i diversi professionisti dei diversi orientamenti teorici è sicuramente l’uso dell’ascolto e del dialogo, che rappresentano i principali strumenti di cura.

L’ascolto che s’incontrerà nello studio di uno psicologo sarà, però, ben diverso da quello che possiamo sperimentare durante una chiacchierata con un amico. Infatti, sarà un ascolto disciplinato che vedrà lo psicologo in una posizione di piena ricettività per dare la maggiore libertà e spazio possibile ai bisogni e alle necessità del paziente.

La funzione del dialogo, strettamente connessa a quella dell’ascolto, è innanzitutto di dare la possibilità di esprimere fatti e situazioni a cui, in passato, non è stata data voce. I pazienti con il tempo impareranno che attraverso il dialogo e l’ascolto potranno identificare degli stati emotivi disturbanti o troppo generalizzati fino a riuscire ad integrarli nella consapevolezza, riuscendo a dare forma organizzata al caos in cui si trovavano.

 Quindi lo psicologo è un professionista della salute che si avvale di strumenti, metodi e tecniche specifiche per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo o della comunità.

Cosa fa?

  • Interventi di prevenzione e diagnosi;
  • Interviene nei casi di disturbo d’ansia, attacchi di panico, fobie, blocchi emotivi e depressione;
  • Interventi di sostegno per affrontare momenti difficili della propria vita (perdita del lavoro, traumi, lutti, separazioni, ecc );
  • Interventi rivolti a comprendere e risolvere situazioni in cui le caratteristiche personali e la relazione con gli altri possono determinare disagio e difficoltà;
  • Favorisce la crescita personale e psicologica: rafforzare l’autostima, migliorare la comunicazione e la propria qualità di vita, favorire l’espressione e comprensione dei propri vissuti emotivi;
  • Aiuta a migliorare il benessere psicofisico: gestione e riduzione dello stress;
  • Interviene per modificare abitudini di vita (fumo, alcool, peso, ecc…);

Gli interventi dello psicologo sono rivolti al singolo individuo, a coppie, famiglie o comunità. Ad esso si possono rivolgere sia adulti che adolescenti e bambini.

Quando chiedere aiuto?

Il momento in cui è necessario rivolgersi ad uno psicologo varia a seconda delle persone e del momento di vita in cui si trova. È utile contattare uno psicologo quando si avverte una situazione di disagio o difficoltà che non si riesce a risolvere e che inizia ad interferire con il normale e/o desiderato svolgimento delle  propri attività quotidiani (scolastiche, lavorative, personali o sociali).

È importante non aspettare troppo perché con il tempo le difficoltà possono determinare un senso di isolamento che rende ancora più difficile trovare una soluzione ai propri problemi. Il primo passo è chiedere aiuto e non rimanere da soli, là dove è diventato troppo difficile risolvere i problemi.

Rivolgersi ad uno psicologo, quindi, significa trovare un alleato con cui osservare insieme la propria vita e le proprie difficoltà imparando e sperimentando all’interno di uno spazio protetto, nuove strategie di risoluzione del problema.

Lo psicologo sarà la guida che ci permetterà di non “andare alla deriva”, che rimarrà al nostro fianco sulla nostra stessa strada intervenendo per riportarci sulla giusta rotta.

 Lo psicologo è parte del cambiamento ma non quanto lo sarà la persona che ne richiederà l’aiuto. Tutto questo attraverso un ascolto empatico e non giudicante.

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Vacanze: il rischio di rimanere sempre “connessi”

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vacanzeAspettiamo le vacanze estive a lungo per poterci liberare dallo stress, dalle preoccupazioni e dai problemi accumulati durante tutto l’anno.
Il desiderio di “staccare la spina” è forte, ma siamo davvero capaci di farlo?

E’ frequente vedere sotto l’ombrellone persone che controllano mail di lavoro, che rimangono “collegati” con l’ufficio e con quello che succede o che rispondono ai clienti, magari, a diversi chilometri di distanza. Grazie ai social network o ad applicazioni come WhatAapp siamo costantemente connessi con il lavoro, con conoscenti, amici e parenti: praticamente in qualunque parte del mondo è come se fossimo sempre a casa.

Rimaniamo, quindi, ancorati al nostro lavoro ma anche alla nostra quotidianità, portandoci dietro il peso delle preoccupazioni.

Se prestiamo attenzione al termine “vacanza”, che deriva dal latino vacantia e significa “essere vuoto, libero”, possiamo notare come questo significato ha perso di significato ai giorni nostri. Sono sempre meno i momenti in cui siamo “liberi” o in una condizione in cui non siamo impegnati in qualche attività, di lavoro o ricreativa. I figli delle ultime generazioni – i cosiddetti nativi digitali – ormai vivono una vita piena, dove gli impegni scolastici si incastrano a quelli ricreativi perdendo però, in questo modo, il loro valore di svago e recupero di energie sia fisiche che psichiche. I negozi e le attività commerciali sono onnipresenti, cancellando dalla settimana l’unico giorno che dovrebbe essere riservato al riposo, sia del venditore che del cliente.

Ma ritorniamo alle vacanze: percorriamo chilometri per allontanarci da una quotidianità stressante e pressante e per trovare quella tanto desiderata tranquillità. Eppure quando finalmente l’abbiamo trovata, e raggiunta, cerchiamo di riempirla ripristinando un collegamento con ciò che abbiamo lasciato a casa.
Quali sono i rischi? Innanzitutto un sovraccarico: immaginate un computer che rimane sempre acceso, a lungo, senza mai spegnerlo. Per quanto sia stato progettato per lunghi periodi di attività con il tempo andrà incontro a problemi di funzionamento. Ciò che succede nell’uomo si registra sotto forma di aumento dei livelli di stress, una diminuzione sempre maggiore di resistenza alle frustrazioni, nervosismo e stanchezza generalizzata.

Cosa si può fare? Rendete effettiva la distanza fisica che mettete tra voi e la vostra quotidianità, limitando il più possibile tutto ciò che vi richiama la vostra casa e il vostro lavoro. Ci sarà tempo di postare su Facebook i vostri ricordi: vivete in prima persona le esperienze, per poi condividerle successivamente con chi vorrete.

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EVOLUZIONE DEL DISTURBO MENTALE

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EVOLUZIONE DEL DISTURBO MENTALE
Dai manicomi ad oggi

Oltre la malattia mentaleLa malattia mentale spaventa ancora molte persone e richiama alla mente immagini di persone gravemente disturbate, alle quali è stato affidato ingiustamente il termine generico di “matti”. La malattia mentale, nelle sue diverse forme, racchiude al suo interno un disagio che, se accuratamente trattato, permette alla persona di ritrovare il proprio equilibrio. Evidentemente è ancora troppo vicino il ricordo dei manicomi in Italia e dell’immaginario collettivo che si è aggirato per anni intorno ad essi. E’ bene ricordare, però, i passi in avanti fatti con l’emanazione della Legge Basaglia del 1978 che ha sancito la chiusura dei manicomi. Con la chiusura di queste strutture le persone che mostravano un disagio particolarmente grave hanno avuto riconosciuto i loro diritti e un livello nella qualità della vita più adeguato grazie ad una rete di strutture specialistiche che operano a livello territoriale.

Non dobbiamo dimenticare che la malattia mentale è un termine che racchiude una grande varietà di sofferenze, da quella più gravi a quelle più lievi. Oggi sono presenti sul territorio diverse strutture che sono in grado di prendersi cura di persone con un disagio mentale particolarmente grave, dalla diagnosi fino alla riabilitazione. Il percorso è sicuramente lungo e può presentare ostacoli ma è giusto sottolineare la strada fatta finora a partire da quando l’emarginazione e la stigmatizzazione erano gli unici strumenti utilizzati per trattare questi disturbi.

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